Cloro nove – mascherina 9/21

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NOW PLAYING: “I can change”, B. Flowers

Ha preso il sapore di cloro anche questa: la mascherina numero 9 non si sottrae al destino in cui sono incappate anche quelle che l’hanno preceduta.
E’ che tutto ciò che è successo negli ultimi mesi, passa da lì, dall’acqua della piscina comunale.
Pure le bevute involontarie e la mascherina che sa di cloro quando torni a casa.
Non pensavo certo che qualcuno riuscisse a convincermi ad andare a sgambettare in acqua due volte a settimana per tutta la stagione. Insomma, l’aver detto di sì ha spiazzato persino me.
Mi è bastata la prima lezione per capire che mi stavo facendo un regalo.
All’inizio, e a lungo, spostare con tanta fatica quell’enorme massa liquida con le braccia stanche di starsene arrese lungo il corpo o con le gambe sfibrate da tanto inutile andare, mi ha permesso di buttar fuori intere serate di rabbia. Non pensavo di averne tanta addosso, eppure eccola che si opponeva al movimento di allontanarla da me, si faceva azzurro pesante e mi si appiccicava al corpo. Almeno così potevo vederla, però. Ho cominciato a scalciarla via con le gambe sempre più alto a fendere la resistenza dell’acqua. Per ore ho avuto davanti le facce e le parole di quelli che mi facevano perdere tempo, ragione, senso e per ore e ore mi sono sfiancata a prenderle a pedate, ad allontanarle con le braccia come se fosse l’unica cosa davvero importante.
Le giornate amare che mi portavo giù scendendo la scaletta, quando risalivo restavano lì, a fondo.
Poi è venuto il tempo di mettere a fuoco i moti più silenziosi e insinuanti, i desideri, le ubbie, i timori tirati sotto il tappeto. Lì ho ritrovato una vecchia abitudine: correre. Immersa fino alle spalle ho riconosciuto quella magia di vedersi tutto chiaro davanti a forza di battere i piedi, solo che senza peso vai, e vai come se non ci fosse un domani e per paradosso riesci a toccare con mano tutte le zavorre che ti porti sul corpo e sull’anima.
Non pensavo e poi è diventato quasi un gioco, quasi come campare, come esistere, come vivere: la confidenza acquisita in lunghe sorsate per tentare di restare in equilibrio su un ridicolo tubo colorato di gomma o sulle sole forze delle tue braccia o gambe, ti ricorda che è tutta una questione di azione e reazione. Che se dosi al meglio il movimento puoi sfruttare la spinta uguale e contraria che te ne ritorna dall’acqua, per fare un salto avanti, invece che solo un passo.
Un passo alla volta non mi basta stavolta, c’è da andare avanti sfruttando la corrente, tendendo i muscoli, scivolando ancora e ancora, approfittando di quando il peso è meno, senza spaventarsi se la resistenza a crescere pare ostacolo, perché le gambe diventano piano piano più forti e la voglia di camminare, di correre, quella ce l’ho sempre dentro, anche se a volte tiene il muso sott’acqua.

Hello! How are you? – mascherina 8/21

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NOW PLAYING: “Want to want me”, J. Derulo

Mascherina numero 8 e ho la bocca infiammata, le gengive gonfie e dolenti e troppi appuntamenti fuori programma dal dentista.
Dice però che i miei denti si stanno comportando bene, è soddisfatto.
Io invece sono andata a carte quarantotto e le mascherine numero 6 e 7 sono annegate in giorni troppo pieni. Figurarsi, è già successo: di aver troppo da vivere per poter anche scrivere.
L’ultima volta più o meno è successo che ho trovato marito.
Stavolta forse è per perdere qualcosa. Più di qualcosa. Ogni mio binario pare dissolversi nella calura improvvisa di questa estate ignorante, sempre aggressiva, impietosa e distratta.
Così d’improvviso, mentre faccio tutt’altro, s’illumina un neon dentro la testa “Non posso credere che stia succedendo proprio a me” e “Ma gli altri, gli altri a cui succede – perché lo so che succede continuamente agli altri – gli altri, dico, come fanno”?
Solo domande girano nella mia testa, l’unica risposta ce l’ho per chi mi chiede “E in tutto questo caos, dove la trovi la forza per iniziare cose? Anzi, Cose?”. Mi è nato un sorriso sulle labbra, di fronte a quella domanda, perché mi son ritrovata tra le mani una certezza ora che pensavo di non poterne proprio avere: “Son le cose che sto iniziando che mi danno la forza di stare in piedi”, ho risposto.
E non importa se sono scommesse, perché il brivido del darsi un’opportunità, quando forse in vita propria non lo si è mai fatto, mi defibrilla giornate che l’anima mi pesa e la disperazione lo so che è lì, a un passo, dietro l’angolo.
Sarebbe facile, più facile, andare giù. L’ho già provato: basta smettere per un secondo di respirare, ricacciare indietro uno stupido istinto di sopravvivenza ed è fatta. Basta dare forfait, dire che non ce la fai, gli altri capiranno.
Io me lo dico “non ce la faccio”: mille volte al giorno, forse qualche volta mi scappa pure di bocca quando meno me ne accorgo. Ammettere che è tutto troppo difficile mi fa sentire stupidamente viva, però. Mi fa sorprendere: toh, non ce la faccio eppure anche stamani mi alzo, respiro e giro e rigiro e mi metto al lavoro sulle Cose appena iniziate.
Poi sono sempre la solita e mi arrabbio per essermi fatta trovare impreparata, ora che è tempo di mettere da parte tanti ruoli imparati in una vita, ora che tocca cambiare tutto anche se non voglio, non voglio.
E si riaccende il neon: “Non posso credere che stia succedendo proprio a me”.
L’ottusità di questo dolore ricasca su una radio accesa, su una musica che sei in casa da sola e cominci a muoverti e neanche te ne sei accorta e stai accennando un balletto in bagno, tra la lavatrice e il cesto dei panni sporchi.
Sorridi veloce solo un’altra volta, per oggi: Dio che strana, la vita, che oggi fa malissimo eppure non puoi fare a meno di ballare lo stesso.
Non è di certo un passo verso la fuga, un cuore oltre l’ostacolo, davvero troppo alto per pensare di poter arrivare dall’altra parte come niente. E’ più toccare con mano che dentro questa fatica, dentro questo dolore così denso, hai il diritto, il dovere anzi, di cogliere ogni refolo di leggerezza, d’istinto, di solito così piccolo e trascurabile.
E lo devi fare proprio davanti ad una lotta così, perché in una lotta così vale tutto, ogni minimo quotidiano respiro più profondo – fortuito o perseguito che sia – diventa appiglio prezioso: ti tiene la testa fuori dall’acqua.

Verrà l’Armageddon e avrà le scarpe rasoterra – mascherina 5/21

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“Allora apparve un altro segno nel cielo: un enorme drago rosso, con sette teste e dieci corna e sulle teste sette diademi; la sua coda trascinava giù un terzo delle stelle del cielo e le precipitava sulla terra”.
               
Apocalisse 12:3

NOW PLAYING: “It will come back”, Hozier

Chi è passato in questo salotto più di qualche volta sa che ho una certa passione per le scarpe con i tacchi.
Non so dunque spiegarmi come, nel tempo di una mascherina, la numero 5, mi sia ritrovata in un negozio a provare ben due paia di sneakers.
Sbuffavo pure, mentre lo facevo. Ho buttato là anche un “Guarda se mi tocca fare una sudata per provarmi roba così”. Nonostante fossi entrata proprio alla ricerca di questo modello, all’inizio non ho resistito e ho addirittura provato un tacco dodici, così, per calmarmi un po’. Mica mi serviva il tacco dodici (e a dire il vero faceva pure un po’ quell’effetto “signorina sulla Salaria” che è sempre dietro l’angolo se non si sta attenti a scegliere bene).
In fila alla cassa, mentre aspettavo che il commesso proponesse alla cliente davanti a me le solette in gel traspiranti, l’epifania si è alfine verificata: “Questa è l’apocalisse”, mi son detta, tenendo sotto il braccio le due scatole da scarpe.
La prima volta che ho messo quelle a fiori, con la gonna lunga, perché per quello servivano, appena rientrata a casa mi son messa a strofinarle con un panno imbevuto di Cif, come mi insegnò mamma millenni fa, scuotendo la testa perché “Guarda tu se si devono sporcare così facilmente”.
Insomma, bisogna pur provare un sano disprezzo per due paia di scarpe senza tacco, di tela, con le stringhe, evidente presagio della fine del mondo nel momento stesso in cui si sono palesate nella mia scarpiera.
Del resto, alla luce delle mie recenti letture, è naturale pensare all’apocalisse. (Ora infatti mi son messa a leggere un libro che parla di Dio. Hai visto mai).
Soprattutto se la mascherina numero 5 arriva un pomeriggio di fine aprile con un caldo anomalo e già devastante, e ogni mattina al risveglio s’è ciucciata tutta la saliva e ti pare di avere il deserto in bocca.
Così ti muovi in una bolla di giorni col caldo fuori e la stufa accesa nel tuo ufficio-bunker, e le scarpe che porti sono troppo pesanti, e pesanti rendono i passi, e ci giri intorno per settimane e alla fine ti arrendi all’evidenza che la decolleté di finta pelle non è la via di mezzo tra gli stivali ed i sandali (che sono ancora in cantina), se fuori fanno già 800 gradi.
E’ per necessità che dai il via all’apocalisse, insomma. Dopo anni di onorata carriera a muoversi per il mondo mai a meno di 7 centimetri da terra, seghi via quella prospettiva di distanza dalle cose terrene, di schiena naturalmente dritta, di una certa sicurezza e ti piombi giù su una suola piatta.
Anzi, ti pare quasi di andare indietro col peso tutto sui talloni, come camminare sempre dentro un attimo che precede, anche solo di un secondo, il tempo reale.
“Se è quello che mi serviva, mi dico, che posso farci? Mi abituerò”, cerco di convincermi. Non è che mi senta coi piedi per terra più del solito però, a dire la verità.
“Forse questo è lo scotto da pagare per un po’ di leggerezza invece”, mi dicevo stamani, con ai piedi per la prima volta le scarpe a fiorellini bianchi e neri. Senza tacco.
Così me ne vado incontro alla fine del mondo, camminando come una papera, con la speranza che a un certo punto l’andatura diventi una rincorsa, una spinta sufficientemente forte da rendermi priva di peso, lì, davanti ai prossimi ostacoli.
Sul cammino compare persino una pedana, per farmi saltar via ancora più in alto quando sarà il momento: una canzone che amavo (da) tantissimo mi ripesca alla guida di un’auto, di nuovo, con una città di sera un po’ più vuota, che mi dà il permesso di pigiare sull’acceleratore e alzare il volume, andando incontro ad un’ora azzurrina, di fine giornata e aria un po’ più fresca. Non ho mai avuto problemi a guidare indossando i tacchi. Ma forse l’apocalisse si può rimandare ancora un po’.

Attimi di felice apocalisse – mascherina 4/21 (più o meno)

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NOW PLAYING: “A moment of madness”, K. Melua

Nell’immagine, da sinistra a destra, l’ultimo libro che ho finito di leggere e quello che ho iniziato adesso.
Vederli casualmente accostati mi ha preso alla sprovvista: una storia di apocalisse e una di felicità. Probabilmente non è neanche la prima volta che succede, che le mie letture intercettino in maniera così chiara il mio umore, ultimamente – mi pare evidente – particolarmente sussultorio.
Ho quasi sussultato, infatti, quando ho rilevato questa transizione che parte dall’Armageddon e approda alla ricerca della felicità.
Che poi non bisogna sottovalutare il fatto che il libro sull’apocalisse sia essenzialmente comico, mentre quello che dovrebbe raccogliere attimi di felicità in maniera scientifica è intriso di una malinconia, di un lutto e di un dolore. Niente di questo mi aspettavo.
Li accomuna il fatto che ho cominciato a leggere e, a poche pagine dall’inizio, ho smesso, mi sono alzata per cercare una matita che non fosse spuntata, in fondo al cassetto, mi sono riseduta e ho cominciato a sottolineare pezzi, parole.
Merito lodevole, quello di riuscire a contrastare la totale stasi che mi aggroviglia quando leggo, per catturare frasi che d’improvviso hanno un senso, m’insegnano qualcosa.
Resto vagamente perplessa sulla materia d’insegnamento, però: cosa fare in caso di apocalisse imminente (mi ci son pure svegliata, una di queste notti, strillando “L’apocalisse! L’apocalisse!” e a richiesta di chiarimenti da parte di mio marito, che mi fa “L’apocalisse???” io, mezza insonnolita, di rimando rispondo “Sì, quella strana”); come conservare felicità altrui in comode dosi; come imbastire una conversazione interessante con Guerra, Carestia, Morte e Inquinamento se te li ritrovi davanti; come affrontare la morte di una persona cara; come comunicare con angeli e demoni per telefono; come spremere gioia dalle piccole cose.
Di certo nessuna di queste cose mi è servita per affrontare la cosa della mascherina numero 4, che mi ha fatto un po’ male i primi due giorni ed è stata spodestata inaspettatamente dalla numero 5 ieri sera.
“Forziamo un po’”, mi ha detto il dentista, esponendomi ad un lutto a cui non ero preparata: quello di mollare la comodità acquisita con quella versione dell’apparecchio prima del tempo, dicendole addio per sempre.
Dev’essere destino, esser presi alla sprovvista: coi libri, le mascherine e tutto il resto. Dev’essere destino essere sprovveduti persino di fronte a due buone storie, figuriamoci di fronte a queste due gambe che sembra abbiano miracolosamente ripreso a camminare, fosse anche solo per sentire il dolore e la fatica di una strada che torna a comparire dopo tanta nebbia.

“A moment of madness
It’s happened before
It could turn into sadness or a civil war”.
                                                               K. Melua

Sono stata. Sono. Sarò.

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NOW PLAYING: “Inside and out”, Feist

Non ricordo bene quando e come sia cominciata. E’ successo e basta.

E’ successo che di recente sono stata un pirata, uno di quelli crudeli per natura. Insomma, se sei un pirata devi esserlo. L’odio, la vendetta, la voglia di predare, il disinteresse per la lealtà alle regole degli uomini, degli amici e di Dio sono stati le mie leggi e a quelle, in fondo, sono stato fedele fino all’ultimo.

Di quella volta in cui sono stata un inquisitore non ricordo molto: è di certo stata una vita avventurosa anche quella ma, a dire la verità, ho ben in mente solo le lunghissime giornate di viaggio a cavallo, col sudore e il puzzo di un tempo passato, le intemperie estenuanti, le soste a dormire nei fienili pidocchiosi, quando andava bene. Non ricordo neanche se quella volta abbiamo vinto noi o il diavolo.

In compenso oggi faccio al tempo stesso il prete ficcanaso – uno tipo la signora Fletcher, che dove arriva, nell’Inghilterra degli anni ’50, muore gente – e una coppia composta da un angelo e un demone alle prese con l’apocalisse. Non ho ancora capito se riusciremo, umani come siamo diventati noi due, a far vincere la fine dei tempi o a salvare la terra. E’ tutto molto confuso. E, strano a dirsi, molto comico.

Sono stata una ragazza con un casino di problemi. Di solito non mi piace affatto fare la giovinastra problematica. Figuriamoci se vivo a Ponte Milvio e bene o male faccio parte di quella assurda galassia, magari nei giorni di piena del Tevere. Ma stavolta è stato diverso. A distanza di tempo ancora non saprei dire perché, ma in qualche modo è stata un’esperienza intrigante.

Sono stata un mese, una volta. Febbraio, per la precisione. Ero freddo e il mio unico scopo era stritolare le vite della gente con le mie dita lunghe e rinseccolite dall’inverno.

Mi è piaciuto tantissimo quando, piuttosto a lungo, sono stata un conte dedito ad una geniale vendetta. Tutto della mia storia era assolutamente grandioso e non dimenticherò mai di quando, per ordire meglio le mie trame, decisi di trascorrere qualche giorno a Roma, in occasione del carnevale. La festa dei moccoletti fu magnifica. Doveva essere più o meno alla fine degli anni ’30. Del 1800.

E quella volta…quella volta in cui sono stata un mago divorato dalla brama di successo, ancorato al fondo dell’umanità da un terribile segreto? E’ stato incredibile. Incredibile.
Certo, a metterli tutti in fila questi figuri, non faccio certo buona impressione. Ma loro, io insomma, sono stata grande. Grandiosa, oserei dire, nelle mie sorti, nella capacità di plasmare il mio destino.

C’è da dire, poi, che anche essere stata la coraggiosa signorina che, in epoca vittoriana, affronta una pericolosa setta indossando degli adorabili stivaletti verdi, non è stato affatto male.

Sono stata una donna molto amata, spesso in modi impensabili e forse impossibili, per una vita intera. Un’altra volta ho pensato di poter ritrovare un amore perduto, dopo aver passato mesi su una nave maledetta, tra i ghiacci dell’Artico, alla ricerca di un animale leggendario, per salvare l’ultimo della sua specie.

Sono stata e sono, ancora e per sempre, un uomo nato, vissuto e morto su una nave, che sopra ci ho visto passare la più varia umanità – persino il jazz, una volta – e so più io dell’esistenza umana di tutti quelli che si perdono nelle strade del mondo.

Sono stata un vigile del fuoco e ho imparato a memoria una marea di libri, per salvarli dalla cieca strage di una società futura che non sapeva più leggersi, e per questo i libri li bruciava.

Sono stata, io me medesima, una volta che ero la Noe per intendersi, a Bebelplatz. Dove qualcuno bruciò libri per davvero e mi mancava il fiato e mi veniva da piangere per tutte le storie dissolte in fuliggine e i viaggi da ferma che avrei potuto fare e invece erano sfumati in una notte terribile e il cupo vuoto di un mondo che non vuole parole e mondi da immaginare, perché basta a se stesso e per questo diventa mostruoso.

Non ricordo bene quando e come sia cominciata, dicevo, questa storia dei libri.

Non ricordo il primo che ho letto e come è stato che dopo ne è seguito un altro e un altro ancora. So solo che da allora non ho più smesso, che questa sete non si estingue mai, che non esiste per me un altro modo così vero di andare, di essere altrove e qui, di essere me e non esserlo, se non continuando a sfogliare pagine.

Melanocetus johnsonii – mascherina 3/21

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NOW PLAYING: “Disintegration“, Monarchy feat. D. Von Teese

L’ultima volta vi ho lasciati con l’accenno a immagini d’orrore nello specchio: mi hanno messo gli agganci sui denti, e ogni volta che mi guardo, vedo una roba come questo pesce quassù, diventato nel tempo dentuto e brutto per la troppa oscurità in cui è immerso, negli abissi.

Mi sembra di avere le protesi che si mettono i fan dei vampiri: pezzi di una pasta per otturazioni sono stati modellati secondo una logica a me incomprensibile e appiccicati sopra i miei denti, anche quelli davanti. Sono aguzzi e fastidiosi. E’ la procedura, ora che siamo arrivata alla mascherina numero tre.
Servono degli ancoraggi per farci aderire meglio l’apparecchio e modellare lo spostamento dei denti nella maniera voluta.

A me di ancoraggi pare di averne sin troppi. Passiamo oltre, mi verrebbe da dire. Arriviamo alla parte bella, quella emozionante, quella felice insomma.

Invece pare che questo pesce dagli abissi ci debba passare, con tutti i suoi storti denti.
Gli occhi mi si son fatti grandi, per guardare più da vicino questo cambiamento che deve accadere, e qui diventano ancora più trasparenti, per la disabitudine a scrutarmi dentro Sic!, e pensare che una volta – nonostante l’onestà nello specchiarmi – la vista non era sempre insostenibile.

Ma questi mutamenti sono davvero impercettibili e difficili da vedere. In quindici giorni, il tempo di una mascherina, non riesco neanche a cogliere la nova ruga che mi è venuta sul viso.
Va troppo piano, questo tempo, e del paesaggio ci si stanca.

Allora andiamo avanti, passiamo oltre se si può. Ma è da qui che tocca passare, da queste paure che oggi indossano un abito diverso e non si fanno riconoscere, dai rimpianti e dai malumori malcelati.

Ho paura che questi post siano afflitti da nanismo d’anima: nei giorni troppo vicini gli uni agli altri; mi piango solo addosso e mi sveglio sempre stanca.

E quando mi decido a fare, il combustibile dura il tempo d’un cerino e mi ripiomba al buio, con la sola compagnia della puzza di bruciato.

Perderetrovare – mascherina 2/21 (più o meno)

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Perdere

NOW PLAYING: “Come mi pare”, N. Fabi – D. Silvestri – M. Gazzè

“Sognare di perdere i denti è indice di stress fisico, stanchezza, fastidiosi problemi di salute che non riusciamo a risolvere, oppure un nostro parente non gode di buona salute al momento (18)”.

Questi gli infausti messaggi che mi portano recenti attività oniriche, secondo la smorfia.

In effetti ho una brutta tosse da più di un mese e sono preoccupata per la salute di una persona a cui voglio bene, molto preoccupata.

Più probabilmente la costante pressione, torsione, tensione che la mascherina numero 2 esercita sui miei denti mi fa sognare una Noe dolorosamente sdentata.

Onestamente spero proprio di non perderli i denti, visto che l’apparecchio l’ho messo proprio per questo e considerato che vorrei ancora dare qualche morso a certi giorni piuttosto duri.

Dunque, invece di perdere i denti perdo, che ne so, forcine. A mazzi. Fortuna che c’è chi le ritrova. Che poi dalle mie parti le forcine si chiamano fermezze. Ma dire di aver perso la fermezza non è carino, secondo me.

Una volta ho perso l’indirizzo di una che lavorava a Londra, mio padre l’aveva conosciuta in treno e si era fatto dare il biglietto da visita, nella speranza che mi potesse aiutare in una carriera che allora lui immaginava brillante. Ancora me lo rinfaccia, di aver perso quell’indirizzo.

Per tornare a tempi più recenti, quelli della ventesima mascherina, stavo per perdere un’amicizia di lungo corso una decina di giorni fa. La stavo per perdere per una questione di principio, perché sennò a che serve essere duri come sassi. A dire il vero ancora non lo so se l’ho persa, se realmente ho rischiato di perderla, o se l’ho ritrovata. So solo che ad un certo punto ho perso le parole, non le mie, quelle che quella persona non voleva dirmi più e mi son persa. Alle prossime mascherine l’ardua sentenza.

Ho perso i pantaloni di un pigiama. Erano pure comodi e sono mesi che non li trovo. Neanche quello che di solito mi ritrova e mi ritrova le cose li ha trovati. Inizio a preoccuparmi.

Quando un’amica, dopo una ventina di giorni a vedermi con l’apparecchio che non si vede, mi ha detto “Certo che un pochino si vede eh, ti cambia i lineamenti”, mi sono un po’ persa il filo del ragionamento. Era stata la prima a dirmi “Non si vede per niente” e poi..tac! Mi ritrovo con una faccia un po’ da luccio. C’è il vantaggio che quando metto il fard sugli zigomi non devo più stringere la bocca in fuori per applicarlo meglio. La bocca sta così già di suo, ora.

Credo di aver trovato un po’ di coraggio: l’altro ieri sono andata in banca, che di solito mi vergogno perché non ci capisco niente, mentre ieri ho ripreso un vecchio discorso su un progetto che mi preme e che mi pare troppo bello per esser capace io di metterlo su, magari domani prendo e vado addirittura dal meccanico a far stringere lo specchietto del motorino, che anche lì mi vergogno perché – non so – per certe cose mi pare sempre di essere una bimbina timida e scema.

Ho perso l’attimo, se devo essere sincera, quello perfetto in cui scrivere questo post. Così ora mi tocca svelarvi che tra l’inizio e la fine di quello che state leggendo son stata dal dentista, che mi ha messo la mascherina numero 19, non prima di essere intervenuto in un modo non privo di conseguenze sui miei denti e sul mio già precario equilibrio psicologico.

Ma non voglio spoilerare le prossime puntate, dunque chiudiamola qui: vado a trovare una buona ragione per resistere alla tentazione di guardarmi allo specchio schifata.

Il punto, il punto è che volte mi perdo e basta.

La mascherina 1/21 la trovate qui.

Il post dell’apparecchio – mascherina 1/21

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NOW PLAYING: “Paper Heart“, C. Howl

Da quasi 17 giorni ho l’apparecchio per i denti. E’ successo che, circa un anno fa, il mio (ex) dentista mi ha detto: “Se vai avanti così entro 10-15 anni inizierai a perdere i denti”. Ora: io all’epoca di anni ne avevo 33 e nessuno aveva mai riscontrato problemi tali da esprimere sì infausta previsione. Smaltita la sorpresa, ma non lo sgomento, ho iniziato a girare da un dentista all’altro per capire se davvero la situazione fosse questa e quali fossero le soluzioni possibili. Non vi annoierò con l’odissea di tale affannosa ricerca: che ogni specialista che ho consultato abbia detto una cosa diversa potete immaginarlo da soli. Alla fine, il punto è che ho questo apparecchio o, per esser precisi, questa mascherina, fatta di un materiale trasparente simile alla plastica, perfettamente modellata sulla forma dei miei denti. E questo è il primo elemento che fa, di questa esperienza, un costrutto filosofico: la mascherina c’è, io la sento, ma nessuno la può vedere. Ancora: ogni apparecchio modifica gradualmente la posizione dei miei denti per 15 giorni. Dopodiché ho un altro apparecchio, leggermente diverso dal precedente, da indossare per altre due settimane. Il tutto per 21 mascherine. Dunque, 10 mesi di “terapia”. Un tempo “finito” nell’esistenza di una persona, che ha dei bordi che puoi sentire con le dita, che puoi vedere, anche se sono separati da una certa distanza. E’ vero anche che dopo le 21 mascherine – come mi ha spiegato il dentista – ce ne saranno alcune altre, che verranno prodotte per perfezionare ulteriormente il risultato raggiunto al termine di questo periodo. Del resto, per certe partite è un bene che ci siano i tempi supplementari. La cadenza specifica di questo percorso, la (letteralmente) pressante presenza di questa nuova realtà nella mia vita, mi spingono a fare un esperimento. In un tempo in cui navigo a vista, e quel che vedo non mi piace granché, ragionavo tra me e me: tra 10 mesi i miei denti evidentemente non saranno gli stessi; si sarà richiusa la leggera fessura tra gli incisivi inferiori, mentre quelli superiori verranno spinti verso l’interno, il morso sarà ricalibrato e più preciso. E il resto di me? Quel che non è bocca e denti, come sarà tra 10 mesi? Al di là delle preoccupazioni per la mia massa grassa, che vorrei veder ridotta all’epoca, mi interessa sapere quali invisibili, trasparenti mutamenti, come quelli operati dalle mie 21 mascherine, avverranno nel mio cuore e nella mia testa. Così, d’improvviso, l’apparecchio per i denti è diventato una lente d’ingrandimento sui minuscoli eppur decisivi movimenti dell’anima e delle idee, che mi porteranno una nuova me, tra 10 mesi (e supplementari). Quei movimenti sono mortalmente difficili da percepire, così come le microniche rotazioni dei miei denti, eppure so che ci sono quando sento la mascherina che fa male su un molare o un canino, rivelandomi così la forzosa trazione in atto verso posizioni più consone. Spero che queste siano indice di quelli: che mi aiutino a capire, quando mi sento così immobile che potrei restare impietrita in questi giorni, in questa età, che in realtà mi sto muovendo, che sempre ci si muove e talvolta te ne accorgi solo quando arrivi, per sbaglio un giorno ti guardi indietro e scopri che il punto in cui credevi di essere ancora in realtà è lontano anni luce. Porto l’apparecchio per i denti da quasi 17 giorni (saranno precisi 17 verso le 18.30, per la prima versione il dentista ha deciso di farmi superare i 15 giorni) e ho deciso che questo è il pretesto per guardarmi allo specchio, mentre tolgo e rimetto le mascherine, e cercare di acchiappare, anche solo con la coda dell’occhio, uno di questi moti, per sapere che sto andando verso qualcosa di meglio di queste ore perse e sparse al nulla. E tempo mi darò, per guardarmi: nel tempo di ogni cambio di mascherina farò quello che una volta facevo sempre per vedermi meglio. Scriverò. Un post dell’apparecchio dopo l’altro, vediamo dove si arriva, vediamo che c’è ancora da mordere sotto i denti. (O almeno, l’idea è questa).

Si direbbe necessario addirittura straordinario

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NOW PLAYING: “Se vedo te“, Arisa

Ci gira intorno la stanza, intorno a questo tavolo che non esiste così tondo, me lo sono inventato adesso, dove siamo seduti tu e io. Tutto sommato anche la stanza è più vuota di quel che è.
Mi gira la testa per il vuoto che sento nello stomaco, nel fiato. Eppure sono ferma. I pensieri “frizzati” come oggetti in 3d sospesi a mezz’aria sparsi tutti intorno alla mia testa, le mie gambe incrociate sotto la sedia.
C’è aria, tutto sommato, anche se questa scena pare un sottovuoto, un attimo immoto, come una foto.
Ma poi vedo te, se vedo te, mi accorgo in questa cecità un po’ spenta, acrilica, di giorni improvvisi noiosi, mi accorgo che – a sprazzi – vedo solo te.
E non è che ti guardi, non è che abbia cercato i tuoi occhi, subito dopo aver varcato la soglia. Anzi non ho voglia di parlare, di vedere.
E tu non dici un fiato, nulla. Tieni fermo l’orologio, ti muovi con passi che intorno a me non sento, come se sapessi che il più impercettibile degli spostamenti di particelle elementari potrebbe rompermi, rompere l’afasia che mi conserva sottovuoto, sotto scacco, un attimo prima di andare in pezzi.
Mi guardi ma non ti aspetti che lo faccia io, seppure sono io quella che la vita la guarda dritta in faccia o non mi fido.
Tutto è fermo in questa stanza e non fa male ed il rischio di percepirla abitata da altro da me scompare per tuo miracolo. C’è un po’ di spazio per una pillola per il mal di testa, per commentare un palinsesto televisivo che ci prende in contropiede, i fagiolini non erano più tanto freschi, il tiramisù mangiato il giorno dopo è più buono. Nient’altro.
Ha da passà ‘a nuttata. Ma dimmi come fai ad esserci quel tanto che basta, senza domandare, senza chiedere in cambio, appiattendoti contro i muri di questa stanza il corpo e persino i pensieri, a guardarmi quel tanto che basta a non lasciarmi indenne dalla tua confortevole quasi subliminale presenza.

In copertina: “Avios”, di Carl Kleiner

C’era

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NOW PLAYING: “Like real people do“, Hozier

C’erano delle sere, – direi delle notti – che c’era solo la luce dei lampioni da fuori la finestra, riflessa sul marmo bianco del pavimento.

Non c’erano cose da fare.

C’erano canzoni che non avevo mai ascoltato e mi piacevano anche se quei suoni nuovi parevano un po’ scomodi, un po’ noiosi, un po’ lenti, ma dicevano un sacco di cose.

C’era un parco che ci si andava di rado anche se era bello e ogni volta che ci si andava ci si chiedeva come mai non ci si andasse più spesso.

C’erano i sedili di un’auto freddissimi e chiacchiere inutili e lunghe una quaresima ma belle come un carnevale: tutto il mondo andava all’incontrario e non ci capiva più niente nessuno. O almeno non noi due.

C’era mezz’ora da perdere con le braccia incrociate appoggiate ad un davanzale grande che ti ci potevi sedere. C’era mezz’ora, dicevo, e la usavi per metterti a guardare l’ultimo acquazzone della stagione brutta per molti e bella per noi, come fosse una benedizione, il più grande spettacolo prima e dopo il week end.

C’era l’ubriacatura di andarsene in giro per la città a sentire quelli che suonano, a guardare Roma la notte che verso che fa, a bere che ancora ci reggeva e il sapore del Martini era quello delle cose non dette ma in fondo non ha così tanta importanza.

Ancora prima, figurarsi, c’erano le notti bianche passate inondate da un temporale inatteso e glorioso, tanto che s’era portato via tutte le luci per le strade. E c’eravamo anche noi senza saperlo.

Come quell’altra volta a sentire quelli suonare, ma prima, prima, che c’eravamo anche noi senza saperlo.

C’erano un sacco di volte che chissà dove eravamo, dove pensavamo, dove respiravamo, noi.

C’erano i capelli troppo lunghi i tuoi e troppo corti i miei che sembravo vecchia e non me lo dicevi. Ma io dei tuoi troppo lunghi te l’ho detto eccome.

C’erano giorni che si aprivano sulle cose di sempre e invece poi si riempivano di tutto quello di cui non sapevamo neanche di avere bisogno, per distrazione o amorevole disingannato gioco.

C’era e non è che ora sia un male che non c’è.

Solo, prima c’era.